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Contratto
nazionale? Addio!
L'accordo sulla controriforma
degli assetti contrattuali
di Pia
Gigli
Lo scorso 15 aprile Confindustria,
Cisl, Uil e Ugl hanno sottoscritto l’Accordo interconfederale per l’attuazione
all’accordo-quadro sulla riforma degli assetti contrattuali del 22 gennaio 2009.
Si è così chiuso e formalizzato un lungo percorso di destrutturazione e
indebolimento del Contratto nazionale già iniziato con l’accordo del ’93,
sostituito con questo nuovo accordo.
Cosa prevede
l’accordo?
Si confermano e si specificano le linee stabilite
il 22 gennaio:
1. Vengono confermati i due livelli di contrattazione: il
contratto collettivo nazionale di lavoro di categoria e la contrattazione di
secondo livello (aziendale/territoriale) con un forte sbilanciamento verso
quest’ultima anche in termini di riduzione di tasse e contributi. Ciò
significherà che il salario sarà sempre più dipendente dagli incrementi di
“produttività” e di “altri elementi rilevanti ai fini della competitività
aziendale, nonché e ai risultati legati all’andamento economico dell’impresa”.
Le imprese avranno sempre “il coltello dalla parte del manico” soprattutto nei
momenti di acutizzazione della crisi capitalistica come quello attuale. Inoltre
rimane il problema dell’integrazione salariale per circa il 70% dei lavoratori
che non sono coperti dalla contrattazione di secondo livello ai quali spetterà
una ridicola “compensazione salariale” alla fine del triennio contrattuale.
2. La durata del contratto collettivo nazionale diventa triennale sia per la
parte economica sia per la parte normativa, invece degli attuali due anni per la
parte economica e 4 anni per la parte normativa. Ciò comporterà un ritardo
nell’adeguamento salariale con ulteriore perdita di potere d’acquisto delle
retribuzioni.
3. Per l’adeguamento dei salari, al posto del tasso di
inflazione programmata che era già arbitrario e lontano dalla reale inflazione,
verrà usato un nuovo indice previsionale (Ipca) altrettanto arbitrario e per
giunta depurato dei prezzi dei beni energetici importati. Se a ciò si aggiunge
che la base di calcolo per gli aumenti, corrisponde ai minimi retributivi di
riferimento, è chiaro che si produrrà un ulteriore abbassamento dei salari.
4. Le nuove regole per la contrattazione prevedono un allungamento della
tregua sindacale di sette mesi per le trattative relative al contratto nazionale
e di tre mesi per il contratto di secondo livello. Se a ciò si unisce il pesante
attacco al diritto di sciopero che il governo sta portando avanti a partire dai
servizi pubblici, è chiaro che si va verso l’annullamento di ogni conflitto
durante le fasi di negoziato.
5. E’ previsto che in particolari situazioni
territoriali e aziendali - come situazioni di crisi - si possa modificare il
Contratto collettivo nazionale, sia nella parte normativa sia nella parte
economica. Queste deroghe rappresentano il colpo di grazia al contratto
nazionale e sono lo strumento contingente principale che i padroni useranno per
far ricadere il costo della crisi economica sui lavoratori: si produrranno nuove
gabbie salariali e salari al ribasso.
6. Viene costituito un Comitato
paritetico a livello interconfederale con il ruolo di sovrintendere al rispetto
delle regole stabilite da questa nuova macchina contrattuale. Un ulteriore
livello burocratico che sancisce il depotenziamento della contrattazione e la
sterilizzazione di ogni forma di contrapposizione di classe. Si formalizza
ulteriormente il ruolo neocorporativo del sindacato anche con il potenziamento
per via contrattuale degli enti bilaterali per la gestione di servizi
integrativi di welfare.
Cosa rappresenta
l’accordo?
Dopo l’annientamento della scala mobile dei salari
nel '92, dopo l’accordo del '93 (sacrifici per i lavoratori a fronte
dell’entrata nell’euro) da cui è partita una progressiva riduzione della quota
di reddito destinata ai salari mentre è aumentata la quota che è andata ai
profitti e alle rendite, con questo accordo si chiude il cerchio. Confindustria,
governo e i sindacalisti filopadronali parlano di accordo storico. Marcegaglia
plaude: “Abbiamo introdotto regole precise per cui i contratti non devono essere
momenti di conflitto o di far west” e Sacconi dichiara: “E’ una grande svolta
che l’ideologia classista non capisce. Se ci sarà una produzione di ricchezza il
lavoratore vi parteciperà. Questa è la novità di questo accordo”. La loro
arroganza non ha limiti e non è un caso che la firma dell’accordo cade in una
fase di crisi acuta del capitalismo: i padroni hanno bisogno di regole certe per
continuare a fare profitti e di un sindacato “complice” (come dice Sacconi);
allo stesso tempo devono poter arginare e annullare in partenza qualsiasi forma
di conflitto di classe che proprio con la crisi è destinato a crescere. Quanto
alla “partecipazione dei lavoratori alla ricchezza delle imprese” è un modo
elegante per dire ai lavoratori che per sopravvivere dovranno lavorare di più,
rinunciare a qualche diritto, e… senza protestare. Il senso generale
dell’accordo è stato ben espresso da Ichino: il sistema di relazioni industriali
cambia e diventa più “partecipativo”. E Il Sole 24 ore per conto dei
padroni scrive: “obiettivo dichiarato è disegnare un modello di relazioni
sindacali cooperativo e non vetero-conflittuale”. Si delinea in realtà un
sistema neocorporativo nel quale i lavoratori e il loro ruolo progressivo nella
contraddizione capitale-lavoro, attraverso le burocrazie sindacali, vengono
integrati nel sistema capitalistico in crisi.
Occorre una risposta dei
lavoratori!
La Cgil non ha firmato né l’accordo quadro del 22
gennaio, né le norme di attuazione del 15 aprile ed è scesa in campo con le
categorie Fiom e Funzione Pubblica con uno sciopero generale, con l’imponente
manifestazione del 4 aprile a Roma e con una consultazione - indetta dalla sola
Cgil - contro la riforma del modello contrattuale a cui hanno partecipato oltre
due milioni tra lavoratori e pensionati che si sono espressi quasi totalmente
per il no. Certamente la Cgil ha intercettato il malessere che sta crescendo tra
i lavoratori a seguito della crisi economica, un reale potenziale di lotta che
il più grande sindacato italiano però non ha interesse a far crescere e ad
organizzare. L’opposizione delle burocrazie Cgil al nuovo modello contrattuale
non risulta credibile, sia perché di fondo sostiene la subordinazione del
salario alla produttività e alla redditività dell’impresa oltre che la
triennalizzazione dei contratti, sia perché di fronte alla sua emarginazione
voluta dal governo e agli attacchi di Cisl e Uil, Epifani non ha mai abbandonato
il tavolo delle trattative, compreso il 15 aprile. Non solo, a chi gli ha
chiesto cosa succederà con i contratti scaduti o in scadenza (Alimentaristi,
Metalmeccanici, Telecomunicazioni, Chimici, Edili…) ha risposto che la Cgil non
presenterà piattaforme separate per i rinnovi di tutti i settori. Infatti Fai,
Flai e Uila hanno già firmato insieme una piattaforma per il rinnovo del
contratto per il comparto agroalimentare che recepisce il nuovo modello di
contrattazione. Insomma una Cgil che non approva, ma non rompe: non rompe con il
governo e con i padroni sperando di riconquistare la “concertazione”, non rompe
con Cisl e Uil per assecondare il pressing del Pd (appelli all’unità di Marini,
Letta, Treu, Franceschini) che auspica una ricomposizione dei tre sindacati,
magari tra le maglie del nuovo modello contrattuale. Proprio in una fase come
questa, di pesante attacco ai diritti e ai salari, è invece necessario un
sindacato di lotta che in ogni luogo di lavoro, colga le istanze più profonde
dei lavoratori e organizzi una risposta adeguata. Nella Cgil dovrà crescere, a
partire dalle categorie più combattive come la Fiom (che ha già annunciato che
presenterà una propria piattaforma per il rinnovo del contratto), dai settori
autenticamente classisti, una risposta contro il freno alle lotte imposto dalle
burocrazie, per uno sciopero generale contro la controriforma contrattuale, per
la non applicazione del nuovo modello in ogni categoria, cercando l’unità
d’azione anche con il sindacalismo di base.
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