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Ancora una volta Parigi
insorta
Maggio Sessantotto: la rivoluzione fa tremare la società
capitalistica
Elles ont pâli, merveilleuses,
Au grand soleil d'amour chargé,
Sur le bronze des mitrailleuses
À travers Paris insurgé!
(J. Rimbaud, Les mains de Jeanne-Marie,
1871)
Francesco Ricci
Un sasso che manda in frantumi una finestra. E' così che
Bertolucci nel suo The dreamersboulevards
nuovamente invasi dalle bandiere rosse. (politicamente insulso,
cinematograficamente emozionante) fa irrompere il Maggio francese nelle scene
finali del film. Nella realtà un sasso ruppe col vetro anche le certezze della
borghesia e dei suoi intellettuali che da mesi cantavano l'eterno ritornello
della "fine della storia", della pacifica convivenza di padroni e
operai "imborghesiti". Ancora solo poche settimane prima dei fatti
che narreremo, gli accademici riuniti alla Sorbona celebravano il
centocinquantesimo della nascita di Marx infilando il grande rivoluzionario
sotto uno strato di naftalina in quantità tale da preservarlo, ben nascosto
negli scaffali dell'erudizione, dal contatto con le masse. Ma le vere
celebrazioni di Marx sarebbero arrivate subito dopo, nei
Tuttavia la storia ‑ intesa come narrazione degli
accadimenti ‑ è nelle mani dei vincitori che la affidano alle tastiere di
giornalisti sempre pronti a raccontarla come piace al loro padrone. Così anche
in questo quarantesimo anniversario del Maggio francese le pagine si sono
riempite di ricostruzioni bugiarde. La borghesia ha un sacrosanto terrore della
rivoluzione, e sapendo che gli oppressi si preparano alle rivoluzioni
successive anche imparando da quelle precedenti, considera importante
falsificare la storia nella speranza di fermare la rivoluzione con muraglie di
piombo tipografico, penultima barriera a difesa della sua proprietà prima del
piombo delle armi.
Il Maggio? Una rivolta giovanile, i figli contro i padri, uno
scontro di generazioni. Il Sessantotto? L'utopia sognatrice, una fantasticheria
irrealizzabile. In questo lavoro di paziente riscrittura si sono distinti non
per caso i due principali giornali borghesi, Corriere e Repubblica.
Quest'ultimo ha dedicato al Maggio uno "speciale" (il 5 maggio) in
cui spicca un articolo di Bernardo Valli: "Nonostante gli slogan leninisti
il Maggio fu un'esaltazione dell'individualismo". Un episodio isolato,
casuale, figlio di una congiuntura astrale irripetibile. E in ogni caso, assicura
Valli, quei giovani "volevano cambiare la vita e il mondo ma senza
prendere il potere." E' proprio vero che lingua batte dove il dente duole...
Un'ondata internazionale
Prima di tornare sulla cronologia di quelle settimane
converrà ricordare che non vi fu proprio nulla di "casuale" nel
Maggio. Il Sessantotto fu un fatto internazionale, un'ondata gigantesca che
sommerse il mondo, bagnando decine di Paesi. L'avvio lo provocarono le masse
popolari vietnamite che nel gennaio di quell'anno, con l'offensiva del Tet, dimostravano
(così come oggi le resistenze in Irak e Afghanistan) che anche il più potente
esercito del pianeta può essere sconfitto. Nell'autunno precedente, l'Europa,
come gli Stati Uniti, era stata attraversata da grandi manifestazioni contro la
guerra. Italia, Giappone, passando per la "primavera di Praga" contro
lo stalinismo, mobilitazioni in Brasile, il Maggio, e quindi la rivolta (e il
massacro) degli studenti in Messico, proseguendo con l'autunno operaio (1969)
in Italia per arrivare a metà degli anni Settanta alla rivoluzione in
Portogallo (1).
Nulla di casuale, nulla di irripetibile. E' dalla nascita
del moderno proletariato (due secoli fa) che rivoluzioni ‑ vittoriose o
perdenti ‑ si susseguono senza fine e così continuerà, finché la società
capitalistica non sarà stata distrutta.
Le prime barricate del Maggio
Tutto inizia alla facoltà di Nanterre (sobborghi di Parigi)
dove gli studenti sono in lotta per solidarietà con i loro compagni arrestati
nelle precedenti manifestazioni contro la guerra del Vietnam. Così 142 studenti
si costituiscono il 22 marzo in Movimento. Ma il mondo studentesco è in
fermento da qualche tempo sia in relazione ai grandi temi internazionali
(Vietnam) sia contro le riforme classiste dell'Università ("piano
Fouchet"). Bisogna aggiungere (in genere non lo si fa perché stona con la
ricostruzione "studentesca" del Maggio) che anche il movimento
operaio francese era già stato protagonista di importanti lotte nel '67 contro
la disoccupazione e la compressione dei salari. Lotte private dalla burocrazia
sindacale di una prospettiva. I primi a muoversi, in effetti, erano stati
proprio giovani operai, come quelli della Saviem di Caen (cinquemila
lavoratori) che nel gennaio del Sessantotto occupavano la fabbrica contrastando
la polizia a colpi di bastone.
Ma torniamo agli studenti che, cacciati da Nanterre, si
spostano alla Sorbona (nel centro di Parigi). Il 3 maggio la polizia circonda e
invade l'Università dove quattrocento studenti sono riuniti in assemblea e
arresta diversi dirigenti. Di lì parte la concitata sequenza di manifestazioni,
nuovi arresti, nuove manifestazioni e scontri, così ben descritta in un altro
bel film uscito recentemente, che unisce a una splendida fotografia in bianco e
nero una pregevole rilettura drammatica di quelle giornate: Les amants
réguliers di Philippe Garrel.
Nei giorni successivi le mobilitazioni si estendono a
Tolosa, Lione, Marsiglia, Bordeaux... E il canto dell'Internazionale torna a
risuonare nelle città francesi, per la prima volta dopo le giornate
rivoluzionarie del 1936.
Il 10 maggio, dopo una giornata di cortei, gli scontri
proseguono nella notte. Il Quartiere Latino (sulla rive gauche) si riempie
di barricate in fiamme che gli studenti difendono con bastoni e molotov dalle
cariche dei Crs (l'equivalente della "nostra" Celere). A quel punto,
loro malgrado, le burocrazie sindacali di Cgt (egemonizzata dal Partito Comunista
Francese, Pcf), Cfdt e Fo sono costrette a convocare lo sciopero generale, pur
rinviandolo al giorno 13.
E il 13 di maggio un milione di manifestanti, studenti e
operai uniti, invade Parigi e solo l'intervento del servizio d'ordine di Cgt e
Pcf impedisce che si rompano gli argini del regime.
Un ruolo importante è svolto dalle organizzazioni
dell'estrema sinistra, tanto che al termine della manifestazione sindacale ne
parte un'altra (al Campo di Marte) a cui partecipano venticinquemila persone,
su iniziativa del Movimento 22 marzo, della Jcr (gruppo giovanile della sezione
del Segretariato Unificato di Mandel e Maitan, l'antecedente dell'attuale Lcr e
che allora si chiamava Partito Comunista Internazionalista, Pci), della Fer
(altra organizzazione trotskista, detta "lambertista" dal nome del
suo dirigente, Pierre Lambert) e di vari gruppi maoisti.
La fiammata operaia (i trotskisti provocano la scintilla)
Ma la scintilla che fa divampare il fuoco operaio parte il
giorno dopo a Nantes (meno di trecentomila abitanti). Alla Sud Aviation
(tremila operai) l'assemblea di fabbrica approva la proposta avanzata dai
trotskisti (i lambertisti dirigono lì il sindacato Cft-Fo) di occupare la
fabbrica. Il direttore viene sequestrato e la bandiera rossa issata sugli stabilimenti.
E' l'esempio che viene presto imitato dalle principali fabbriche del Paese: gli
stabilimenti Renault di Cleon, Flins e soprattutto quello di Boulogne
Billancourt (trentamila operai, storica fabbrica delle lotte del 1936). A
Bordeaux entrano in sciopero i lavoratori dei cantieri navali e nei giorni
seguenti, fabbrica per fabbrica, settore per settore, tutta la Francia.
Gli scontri tra manifestanti e polizia proseguono senza
pausa. Il 24 maggio altri settecento arresti a Parigi. Le caserme di polizia
sono impiegate per torturare e terrorizzare (Genova non fu un'eccezione, come
si vede). Ma la polizia può poco contro una mobilitazione di queste dimensioni
e difatti interi reparti sono messi in fuga o si rifiutano di intervenire
(quando invece di mani alzate al cielo si trovano di fronte alla autodifesa
delle masse, le bande armate del Capitale non possono che indietreggiare).
Come spegnere l'incendio (arrivano gli stalinisti)
La borghesia trema di fronte agli operai che ora non
sembrano così "imborghesiti" come li raccontavano i sociologi
ammaestrati. Dieci milioni di scioperanti. Il governo gollista cerca una via
d'uscita tentando la maniglia delle due porte d'emergenza che restano: la
"concertazione" e la repressione frontale. La prima uscita di
sicurezza è tentata con gli incontri del 25 e 26 maggio tra governo, padronato
e sindacati, al Ministero degli Affari Sociali in rue de Grenelle. Il padronato
e il suo governo sono disposti a fare una serie di concessioni, anche notevoli,
in termini di salario e orario. Come sempre, quando ha il timore di perdere molto
o tutto, la borghesia è disposta a concedere qualcosa. I burocrati sindacali
sono pronti a fare la loro parte per spegnere un incendio che certo non hanno
in nessun modo appiccato. La Cgt
dichiara: "resta ancora molto da fare ma le rivendicazioni essenziali sono
state accettate". Ma l'opinione dei lavoratori è diversa e a Billancourt,
già il giorno dopo, gli "accordi di Grenelle" vengono sonoramente
respinti.
De Gaulle verifica intanto l'apertura della seconda uscita
di emergenza (la guerra civile, evocata da gran parte della stampa
internazionale) e il 29 va in Germania in elicottero per incontrare il generale
Massu (già distintosi nei massacri coloniali in Algeria) e verificare la
disponibilità delle truppe a marciare su Parigi.
Sempre il 29 una nuova gigantesca manifestazione dei
lavoratori e degli studenti paralizza la capitale. Lo slogan che risuona con
più insistenza è "governo popolare" o, più esplicitamente,
"potere dei lavoratori". Ma le burocrazie riformiste si guardano bene
dal raccogliere e tradurre questa rivendicazione e Waldeck-Rochet (Pcf)
dichiara: "Il governo deve essere battuto nella prossima consultazione
elettorale, cui il nostro partito parteciperà con i suoi candidati e il suo
programma."
E' il via libera a De Gaulle che scioglie l'Assemblea
nazionale e indice nuove elezioni. Un ritorno alle urne per rinnovare gli
organismi della democrazia parlamentare borghese recuperandoli dall'orlo del
precipizio su cui li ha spinti il proletariato.
Resta da risolvere il problema delle fabbriche che
continuano a essere occupate. L'incarico è affidato anche in questo caso agli
stalinisti che, in cambio di effimere concessioni dal governo, riescono a
spezzare il fronte unitario della lotta e a smobilitare un settore per volta,
partendo dai trasporti. Dove la persuasione delle burocrazie non basta,
arrivano i fucili della polizia. Come alla Renault di Flins dove nella notte
del 5 giugno la polizia circonda la fabbrica. Mentre il Pcf boicotta la
manifestazione di solidarietà con gli operai ostacolando attraverso il
sindacato dei trasporti la partenza dei manifestanti. Qualche giorno dopo, nel
corso degli scontri, Gilles Tautin, un liceale, è ritrovato morto nella Senna.
L'11 giugno è il turno di un altro bastione che resiste: la Peugeot di Sochaux, dove i
Crs sparano e ammazzano un giovane operaio, Jacques Beylot, ferendone un'altra
dozzina.
Mentre operai e studenti vengono uccisi, il Pcf avvia la
campagna elettorale e Waldeck Rochet conclude un comizio chiarendo da quale
parte stanno i riformisti (precursori, potremmo dire, dei Bertinotti, Ferrero e
Diliberto di oggi): "Noi siamo il partito dell'ordine. Bisogna convincersi
che non si arriverà al socialismo attraverso gli scontri di piazza." Quella
sera stessa arriva la notizia che la polizia, negli scontri di piazza, ha
ucciso un altro operaio, Henry Blanchet.
Essendosi assicurato la collaborazione del Pcf, il 12 giugno
il governo proibisce ogni manifestazione e scioglie tutte le organizzazioni
dell'estrema sinistra: a partire, chiaramente, da quelle trotskiste. Le
elezioni, vinte dai gollisti con il 55%, saranno contraddistinte da una
astensione massiccia e lo stesso Pcf (un partito del 20%) dimezzerà i propri
seggi, avviandosi al suo declino. Le rivoluzioni non hanno mai avuto il
sostegno delle urne a suffragio universale, dove votano oppressi e oppressori,
la loro maggioranza la devono cercare negli organismi di lotta (i soviet), che
nel Maggio non si costituirono.
Il canto del gallo francese soffocato dai riformisti
Ancora una volta il giorno della riscossa proletaria, come
aveva preconizzato Marx, fu annunciato dal "canto del gallo
francese". Come nel giugno del 1848, nella Comune del 1871, nella Parigi
del 1936. Ma, anche stavolta, la coraggiosa iniziativa degli operai è stata
privata dell'elemento decisivo: una direzione centralizzata, un partito
comunista rivoluzionario. Al suo posto nel Maggio ci sono i riformisti, il Pcf
stalinista. Una direzione che, attraverso il suo braccio burocratico nel
sindacato, lavorò in ogni modo per tenere gli studenti divisi dagli operai; poi
per contenere le manifestazioni; quindi per evitare che i comitati di sciopero
delle singole fabbriche fossero eletti e revocabili (questo ruolo fu assunto
direttamente dai funzionari sindacali) e potessero strutturarsi su base
nazionale in una forma di tipo sovietico. Il Pcf lavorò insomma per dividere il
proletariato e frammentare la classe operaia, inibendo così dall'inizio la
costruzione di quegli organismi di potenziale potere operaio che, dopo una fase
di dualismo di potere, in ogni rivoluzione sono destinati a scontrarsi con lo
Stato borghese per stabilire chi comanda.
Mancava un partito comunista rivoluzionario con influenza di
massa. Che non era rappresentato purtroppo nemmeno dalle organizzazioni che si
richiamavano in qualche modo al trotskismo. Tutte organizzazioni che arrivarono
al Maggio con uno scarso radicamento. Il Pci-Jcr di Alain Krivine (che è oggi la Lcr imparentata con l'italiana
Sinistra Critica di Turigliatto) contava all'epoca 150 militanti, con nessun
insediamento operaio, e già soffriva di molte oscillazioni
"centriste" (certo non paragonabili a quelle odierne) tanto da
anteporre l'astratta parola d'ordine della "autogestione" delle
fabbriche all'obiettivo della costruzione e crescita di organismi di lotta di
tipo sovietico, unico in grado di lastricare il percorso verso il potere
operaio (che pure veniva enunciato nella propaganda ma privato di un'indicazione
di percorso). I trotskisti "lambertisti" ebbero un ruolo
fondamentale, come si è visto, nel produrre la scintilla che avviò
l'occupazione delle fabbriche: ma non furono in grado di sviluppare questa
prospettiva. Quanto al terzo gruppo trotskista, Voix Ouvrière, l'antecedente
della attuale Lutte Ouvrière, già allora era su posizioni "operaiste"
ed era comunque piccola cosa (non paragonabile alle dimensioni attuali di Lo,
forza purtroppo anche oggi sprecata viste le posizioni sempre più centriste).
Pur con i loro limiti e le ridotte dimensioni, comunque, i
partiti trotskisti ebbero un ruolo di primo piano, a conferma che un programma anti-riformista
(in questo caso solo parzialmente corretto), in una situazione rivoluzionaria,
può aprire la strada a un rovesciamento dei rapporti a sinistra tra riformisti
e rivoluzionari.
Il Maggio resta per i lavoratori e i rivoluzionari una
pagina da rievocare con orgoglio perché ha dimostrato la potenza immensa della
classe operaia. Quegli avvenimenti di quarant'anni fa sono anche una fonte di
insegnamenti. E' solo quando i lavoratori agiscono in forma indipendente e
contrapposta alla borghesia e ai suoi governi che possono strappare, con le
lotte, anche significative conquiste immediate. Ma se la lotta non sfocia nella
distruzione dello Stato borghese e nella conquista del potere, la borghesia si
riprende con gli interessi nella fase successiva quanto è stata costretta a
concedere. Ecco perché la questione delle questioni è quella di costruire un
partito che abbia come scopo il governo operaio contro ogni imbroglio dei
riformisti e contro il loro governismo che mira, anche quando è costretto all'opposizione
(come oggi in Italia), alla collaborazione e dunque alla subordinazione di
classe.
Costruire quel partito basato sull'indipendenza di classe, rivoluzionario,
cioè trotskista, che mancò allora: ecco il compito dei lavoratori francesi e di
ogni Paese. Perché il prossimo Maggio non ci trovi più impreparati e si possa
arrivare fino in fondo.
Note
(1) Sulla rivoluzione in Portogallo del '74-'75 rimandiamo
al nostro articolo: "La più recente (e sconosciuta) tra le rivoluzioni
europee" sul n. 10 (giugno-luglio 2007) di Progetto Comunista.
(2) "Le mani di Jeanne Marie": "Sono
diventate pallide, meravigliose / Sotto il gran sole carico d'amore, /
Impugnando le canne di mitraglia / Attraverso Parigi insorta!". Sono versi
che Rimbaud ha dedicato alla Comune di Parigi del 1871.
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