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Venezia: da Porto Marghera alla Nuova Sirma
La crisi la paghino i padroni!
Enrico Pellegrini
Nell’immaginario collettivo degli ultimi anni tutto il Nordest
viene visto come un territorio ricco, prospero, pieno di opportunità economiche
e preso come punto di riferimento per uno sviluppo sociale lineare e pieno di
solide prospettive. La cosiddetta “fabricheta” del Triveneto, gestita
familiarmente con pochi dipendenti e tanto sacrificio umano, ha retto fino a
che ha potuto alla concorrenza internazionale. Una situazione in cui singole
realtà produttive (a volte di nicchia) rappresentavano l’unica risposta alla
chiusura di grandi centri produttivi aiutate dalla svalutazione della lira di
un tempo, ulteriore arma economica di una concorrenza capitalistica spietata fondata
su un’estrazione immensa di plusvalore-lavoro. Una miriade di piccole imprese,
dunque, consolidava un tessuto economico-produttivo incentrato maggiormente sul
tessile, manifatturiero, metalmeccanico e artigianale e sopravviveva accanto a
ciò che restava dei grandi colossi di Stato dislocati nell’area di porto
Marghera (Eni) e a altre grandi imprese sparse ovunque in tutto il territorio
veneto (Benetton, Marzotto, Aprilia, De Longhi ecc).
Delocalizzazione e
sfruttamento
Nel tempo la crisi di sovrapproduzione mondiale imponeva la
delocalizzazione produttiva e una modifica radicale del territorio che
necessitava di assetti infrastrutturali diversi adatti a raccogliere merci
prodotte altrove, nel sudest asiatico o nella vicina Romania.
Il bel miracolo era svanito; improvvisamente le leggi di un
mercato capitalistico affamato di lavoro dequalificato e sottopagato mettevano
in crisi profonda centinaia e centinaia di aziende; cresceva la disoccupazione
assorbita solo in parte dall’immensa giostra del mercato del lavoro
commerciale, turistico e dei servizi che non poteva ovviamente reggere alcun
paragone in termini di tenuta salariale e continuità occupazionale.
Il Pil del Veneto del 2007 è cresciuto dello 0.6% riferito
all’anno precedente: ciò ha significato centinaia di migliaia di precari, bassi
salari e innumerevoli morti sul lavoro. Questo lo sviluppo degli ultimi anni di
una terra lasciata in balia di se stessa, governata con rapacità capitalistica
e ora sottoposta ad una trasformazione radicale in cui i padroni del momento
intravedono nel business delle infrastrutture logistiche altre remunerative
forme di guadagno e di profitto.
In pratica, si produrrà altrove e si porteranno le merci in
loco andando a devastare un territorio in cui domani transiteranno sempre più
tir e grandi navi con buona pace di tutti gli ambientalisti locali sempre
pronti a sparare contro il pericolo chimico per pura convenienza elettorale.
E’ un contesto che vede crescere tutti i progetti di ampliamento
di collegamenti stradali e ferroviari (Romea commerciale, corridoio 5,
pedemontana, valdastico sud, passante di Mestre ecc). Tutto ciò che ostacola
questa nuova trasformazione atta a convertire in una sorta d’immensa piattaforma logistica l’intera costa nordorientale
italiana deve essere cancellato e rimosso malgrado tutto ciò che ne consegue in
termini di licenziamenti, chiusura di fabbriche, colate di cemento su moli e
porticcioli e privatizzazioni di spazi e territori.
Petrolchimico e Nuova
Sirma
Eclatante al riguardo risulta essere il caso della Nuova
Sirma di Marghera e tutto ciò che si profila gettando uno sguardo sull’immenso
polo chimico del veneziano. La prima saltata agli onori delle cronache per il
fatto di essere una società produttrice di materiali refrattari del “patron”
Gavioli con bilanci e produzioni più che invidiabili improvvisamente
abbandonata al suo destino e destinata a diventare oggetto di speculazioni
feroci sorgendo essa su un’area appetibilissima di circa 26 ettari8 ettari) una società d’interscambio logistico
del gruppo Zanardo. Risultato: 280 lavoratori in strada dalla sera alla mattina
con la “sinistra radicale” presente in provincia con l’assessorato al lavoro
che mercanteggia un mese più o in meno di cassa integrazione! con relativa
banchina in cui già oggi opera (
L’intero complesso del petrolchimico, d’altra parte,
prefigura scenari ancora più cupi; il
parere favorevole sulla valutazione d’impatto ambientale (VIA) del passato
governo relativa al bilanciamento della produzione nel ciclo del cloro non ha
ancora lasciato soddisfatti i vertici di Ineos (società chimica acquirente da
Syndial, gruppo Eni, l’intera fase produttiva), i quali, se non rilanceranno
innovazioni e investimenti stimabili in circa 120 milioni di euro, stimoleranno
un futuro effetto domino di chiusure a catena.
Nel petrolchimico lavorano circa 8000 persone senza contare l’enorme
indotto e se si considerano altre realtà che già fanno presagire crisi analoghe
( Fincantieri, Aeronavali, Alcoa ecc) è chiaro che stiamo parlando di una
tragedia sociale senza precedenti ed assolutamente ingovernabile.
Compito primario è dare piena rappresentanza politica a
tutta questa forza-lavoro. S ieri il profitto ieri inquinava le acque della
laguna producendo chimica, oggi riduce gli stessi territori in un immenso
agglomerato alberghiero e a grandi distese di container e darsene da diporto per
i nuovi padroni del mondo.
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