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L’altra metà del cielo sfruttata, precaria e discriminata. PDF Stampa E-mail
lunedì 02 febbraio 2009

La lotta delle donne

 

L’altra metà del cielo sfruttata, precaria e discriminata.

 

Susanna Sedusi

 

Ormai non si contano più gli studi realizzati da prestigiosi centri ricerche nazionali e internazionali sull’occupazione femminile. La condizione del lavoro delle donne nel mondo e in Italia sta velocemente peggiorando, tanto quanto o più di quella maschile. Uno studio pubblicato dall’Ilo (International Labour Organization) per la giornata mondiale della donna mette in evidenza che “le donne nel mondo che lavorano non sono mai state così numerose, tuttavia il persistere di differenze rispetto ai lavoratori uomini a livello di status, sicurezza del posto di lavoro, salario e accesso all’istruzione sta contribuendo alla ‘femminilizzazione’ dei lavoratori poveri”. In Europa, gli organismi comunitari hanno indicato nella Strategia di Lisbona del 2000, rilanciata nel 2005 per rendere l’Unione Europea l’area più competitiva al mondo l’obiettivo del raggiungimento del 60% delle donne occupate. La realtà dei fatti mostra una condizione molto lontana da queste previsioni, direi proprio utopistica se vista nell’ambito del sistema di produzione capitalistico: in Italia solo il 46% delle donne sono occupate. Questa percentuale raggiunge il 57% nel Nord mentre è tragicamente ferma al 33% circa al Sud. Sono circa 7 milioni le donne in Italia in età lavorativa fuori dal mercato del lavoro. La retribuzione femminile è mediamente inferiore a quella degli uomini e precisamente del 26% circa. Una ricerca dell’Isfol, presentata al Convegno sulle pari opportunità organizzato dal Ministero del Lavoro lo scorso autunno, mostrava i risultati di un’indagine realizzata su un campione di circa 1000 donne lavoratrici italiane e straniere a Torino, Roma e Bari. Il 64% delle donne occupate lavora al nero, senza un contratto, cioè due terzi delle donne occupate sono escluse da qualsiasi diritto e tutela; mentre il 28% dei contratti vengono stipulati ma non rispettati. Il 44% delle lavoratrici dichiarano di accettare un lavoro irregolare per l’impossibilità di trovarne uno regolare. Il 56% delle lavoratrici occupate ha un contratto atipico. Anche all’interno del lavoro atipico le retribuzioni femminili sono molto inferiori a quelle dei lavoratori (56% circa). I tempi di stabilizzazione delle lavoratrici è mediamente doppio di quello dei lavoratori. Da questi pochi dati emerge una situazione di discriminazione e sfruttamento che caratterizzano il lavoro femminile in Italia. Le cause dell’inoccupazione femminile sono principalmente i motivi familiari e la scarsità della domanda. Il lavoro di cura e assistenza a figli, anziani e familiari disabili ricade soprattutto sulle donne, in mancanza di una rete di servizi e di assistenza sociale. Le aziende preferiscono impiegare maschi che, molto meno delle donne, accedono ai congedi parentali. Le misure contenute nel Protocollo sul Welfare approvato l’estate scorsa e cioè l’estensione della tutela per maternità al lavoro parasubordinato e gli incentivi sulla flessibilità degli orari oltre ad essere totalmente insufficienti a incentivare l’occupazione femminile ripropongono inaccettabili condizioni di sfruttamento e una perpetuazione all’infinito di condizioni di precarietà. E’ ora di dire basta a questa condizione di inferiorità in cui è mantenuta la donna, sia quella che si affaccia al mondo del lavoro, a cui viene proposto un cammino di precarietà e insicurezza sia quella che un’occupazione l’ha trovata ma non ha la stessa dignità di quella dei colleghi maschi e non le consente una reale autonomia economica ma solo di integrare il bilancio familiare.Le politiche deboli e concertative dei sindacati confederali non sono più strumento di emancipazione: questa passa solamente attraverso una lotta senza quartiere contro lo sfruttamento e per i diritti e le tutele nel posto di lavoro, attraverso una lotta contro la oppressione di genere e di classe che le donne subiscono nel sistema di produzione capitalistico e da cui si libereranno solo con la costruzione della società socialista.

 
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