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La lotta delle donne
L’altra metà del cielo sfruttata, precaria e
discriminata.
Susanna Sedusi
Ormai non si contano più gli studi realizzati da prestigiosi
centri ricerche nazionali e internazionali sull’occupazione femminile. La
condizione del lavoro delle donne nel mondo e in Italia sta velocemente
peggiorando, tanto quanto o più di quella maschile. Uno studio pubblicato
dall’Ilo (International Labour Organization) per la giornata mondiale della
donna mette in evidenza che “le donne nel mondo che lavorano non sono mai state
così numerose, tuttavia il persistere di differenze rispetto ai lavoratori
uomini a livello di status, sicurezza del posto di lavoro, salario e accesso
all’istruzione sta contribuendo alla ‘femminilizzazione’ dei lavoratori poveri”.
In Europa, gli organismi comunitari hanno indicato nella Strategia di Lisbona
del 2000, rilanciata nel 2005 per rendere l’Unione Europea l’area più
competitiva al mondo l’obiettivo del raggiungimento del 60% delle donne
occupate. La realtà dei fatti mostra una condizione molto lontana da queste
previsioni, direi proprio utopistica se vista nell’ambito del sistema di
produzione capitalistico: in Italia solo il 46% delle donne sono occupate.
Questa percentuale raggiunge il 57% nel Nord mentre è tragicamente ferma al 33%
circa al Sud. Sono circa 7 milioni le donne in Italia in età lavorativa fuori
dal mercato del lavoro. La retribuzione femminile è mediamente inferiore a
quella degli uomini e precisamente del 26% circa. Una ricerca dell’Isfol,
presentata al Convegno sulle pari opportunità organizzato dal Ministero del
Lavoro lo scorso autunno, mostrava i risultati di un’indagine realizzata su un
campione di circa 1000 donne lavoratrici italiane e straniere a Torino, Roma e
Bari. Il 64% delle donne occupate lavora al nero, senza un contratto, cioè due
terzi delle donne occupate sono escluse da qualsiasi diritto e tutela; mentre
il 28% dei contratti vengono stipulati ma non rispettati. Il 44% delle
lavoratrici dichiarano di accettare un lavoro irregolare per l’impossibilità di
trovarne uno regolare. Il 56% delle lavoratrici occupate ha un contratto
atipico. Anche all’interno del lavoro atipico le retribuzioni femminili sono
molto inferiori a quelle dei lavoratori (56% circa). I tempi di stabilizzazione
delle lavoratrici è mediamente doppio di quello dei lavoratori. Da questi pochi
dati emerge una situazione di discriminazione e sfruttamento che caratterizzano
il lavoro femminile in Italia. Le cause dell’inoccupazione femminile sono
principalmente i motivi familiari e la scarsità della domanda. Il lavoro di
cura e assistenza a figli, anziani e familiari disabili ricade soprattutto
sulle donne, in mancanza di una rete di servizi e di assistenza sociale. Le
aziende preferiscono impiegare maschi che, molto meno delle donne, accedono ai
congedi parentali. Le misure contenute nel Protocollo sul Welfare approvato
l’estate scorsa e cioè l’estensione della tutela per maternità al lavoro
parasubordinato e gli incentivi sulla flessibilità degli orari oltre ad essere
totalmente insufficienti a incentivare l’occupazione femminile ripropongono
inaccettabili condizioni di sfruttamento e una perpetuazione all’infinito di
condizioni di precarietà. E’ ora di dire basta a questa condizione di
inferiorità in cui è mantenuta la donna, sia quella che si affaccia al mondo
del lavoro, a cui viene proposto un cammino di precarietà e insicurezza sia
quella che un’occupazione l’ha trovata ma non ha la stessa dignità di quella
dei colleghi maschi e non le consente una reale autonomia economica ma solo di
integrare il bilancio familiare.Le politiche deboli e concertative dei
sindacati confederali non sono più strumento di emancipazione: questa passa
solamente attraverso una lotta senza quartiere contro lo sfruttamento e per i
diritti e le tutele nel posto di lavoro, attraverso una lotta contro la
oppressione di genere e di classe che le donne subiscono nel sistema di
produzione capitalistico e da cui si libereranno solo con la costruzione della
società socialista.
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