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Vicenza
Per un rilancio della lotta contro il Dal
Molin
Serve l'indipendenza di classe del
movimento
di Patrizia Cammarata (*)
"Se fate lì solo la base, senza il resto che
serve a Vicenza, userò tutti gli strumenti di cui sono in possesso per
ostacolare il progetto”». (1). Questa frase riportata a fine febbraio dalla
stampa locale e pronunciata dal sindaco del Pd, Achille Variati, può
sintetizzare in modo efficace il senso dell’ "opposizione” del sindaco di
Vicenza alla costruzione della nuova base di guerra.
Un sindaco che si è distinto per lo sgombero dei campi nomadi, le delibere
anti-lucciole, anti-mendicanti, l’appoggio all’ipotesi di Tav, ronde cittadine,
centrali nucleari in Veneto e per aver issato la bandiera israeliana nel proprio
ufficio. Un sindaco eletto, alle elezioni comunali della primavera 2008, grazie
anche ai voti e all’appoggio della lista ” Vicenza libera-No Dal Molin (lista
egemonizzata dai disobbedienti di Casarini), all’appoggio di buona parte del
Coordinamento dei Comitati (legati all’ex sinistra Ds e pacifisti cattolici) e
alla Cgil.
Oscar Mancini, fino allo scorso anno segretario provinciale della
Cgil di Vicenza, ha recentemente dichiarato alla stampa: “Ricordo che sono stato
io il primo a fare il nome di Variati (...). Questo movimento (il movimento
contro la base N.d.R.) ha già dato molto a Vicenza. Senza, come centrosinistra
non avremmo vinto." (2)
I lavori per la base continuano. E il
movimento?
In questi giorni abbiamo appreso che sono ora in arrivo a
Vicenza circa 16 milioni di euro per la realizzazione della nuova pista
dell’aeroporto e per la progettazione della tangenziale Nord (un primo
piccolissimo “acconto” per un’opera che avrà un costo di circa 100 milioni di
euro). Sta prendendo forma, dunque, insieme ai lavori per nuova base, l’iter per
le “compensazioni” per il sacrificio della città.
C’è stato un tempo nel
quale la frase “ci metteremo davanti alle ruspe” o “bloccheremo i lavori” non
aveva il sapore di provocazione né di stupida incoscienza. Erano frasi che
ricorrevano durante le riunioni e volevano, con sincerità e con slancio, porre
l’accento sulla radicalità e la determinazione di un movimento che stava
crescendo, travalicava i confini di Vicenza e lanciava un messaggio di lotta e
di speranza a tutto il movimento contro la guerra.
Quel movimento non
intendeva aspettare in maniera fatalista il momento in cui sarebbe stato
necessario “mettersi davanti alle ruspe” ma, con la forza dell’unità e dei
numeri, intendeva far capire che, se l’ipotesi di una nuova base di guerra a
Vicenza non fosse stata smentita, era determinato a crescere ancora e a
svilupparsi in modo tale che nemmeno uno scontro fisico poteva fermarlo. Dalla
sua parte non c’erano né il denaro, né l’esercito, né il potere economico e dei
mass media ma c’era sicuramente la forza di studenti, lavoratori, lavoratrici,
donne e uomini, di una base popolare che con il passare dei giorni si allargava
fino a far scorgere la possibilità che, proprio a Vicenza, un movimento reale e
di massa avrebbe dato filo da torcere ai “Signori della guerra” e ai loro
servitori in politica.
Che questo movimento fosse riuscito a trovare (pur
con infiniti scontri e tensioni fra i diversi gruppi che lo componevano) la
capacità di formare un fronte unico è stato dimostrato, fino ad una certa fase,
dalla sua continua e progressiva crescita sia nel numero dei partecipanti sia
nel moltiplicarsi di iniziative, non solo sul territorio vicentino.
Ciò
nonostante questo movimento ha dimostrato tutta la sua fragilità politica e la
sua subordinazione alle logiche istituzionali e di potere quando, probabilmente
inaspettato dai più che avevano creduto alle bugie dei programmi elettorali
sulla riduzione delle servitù militari, è arrivato il sì di Prodi.
Come la
ruota di una bicicletta, che lungo una ripida discesa sebbene il ciclista non
mette più forza nella pedalata, continua a girare vorticosamente, in un primo
momento il movimento, anziché fermarsi, accelerò allora la sua “corsa” e, come
risposta al sì di Prodi, si ebbe l’occupazione della stazione di Vicenza e,
soprattutto, la grandiosa manifestazione del 17 febbraio 2007.
Ma dopo tale
data , quasi subito fu chiaro, che molti rappresentanti dei vari settori di
movimento cambiarono strategia, probabilmente a causa dei troppi legami con
parlamentari e ministri che di quel governo facevano parte.
Con il 17
febbraio, e con un governo Prodi in crisi e che dall’eccezionale risultato della
manifestazione di febbraio riceve un ulteriore duro colpo, la scelta fu, nei
fatti, quella di salvare il governo (un governo di centro-sinistra appoggiato,
con parlamentari e ministri, da Rifondazione Comunista, Verdi e Comunisti
Italiani; un governo che cadrà non sul Dal Molin, non sulla guerra, non sul
rifinanziamento delle truppe all’estero ma a destra, a causa di
Mastella).
Così avvenne che, con la scelta di non disturbare il governo, a
poco a poco il movimento vicentino si sganciò da quello nazionale ed
internazionale contro la guerra, cominciò a rivendicare la propria
“vicentinità”, prendendo di mira sempre meno i generali Usa e le basi presenti,
e concentrandosi sempre più su contestazioni “cittadine” nei confronti del
sindaco di Forza Italia e della sua maggioranza (anche se la questione Dal Molin
ormai era una questione puramente di competenza del governo), con settimanali
manifestazioni in Corso Palladio, “occupazioni” della Basilica Palladiana, di
grande effetto mediatico ma tesi a disturbare, nei fatti, solo la locale giunta
di centrodestra. Altre preziose energie furono impegnate in estenuanti ricorsi
ai Tribunali, raccolte firme rivolte agli stessi politici che nelle aule del
Parlamento e nei salotti dei potenti d’Europa e Usa si stavano attivando
affinché la base si costruisse.
Come se la storia non avesse già ampiamente
dimostrato che la guerra non prevede nessun tipo di legalità, tanto meno la
legalità che appartiene a quella democrazia formale che c’è concessa dallo
stesso potere che, quando per suo tornaconto è necessario, la stralcia senza
problemi.
Dal febbraio 2007 il movimento ha perso l’unità d’azione che aveva
faticosamente costruito e le scissioni (cercate o subite) sono aumentate.
Inversamente proporzionale allo sgretolamento del movimento è stato
l’organizzazione del “tendone” che, da semplice capannone un po’ fatiscente che
serviva soprattutto alle riunioni serali di movimento, si è nel tempo
perfezionato fino a diventare una sorta di centro sociale organizzato, con
feste, assemblee pubbliche, concerti, pizzeria, ecc…
All’interno di questo
quadro è partita la campagna “Mettiamo radici al Dal Molin”. Il Presidio
(controllato dai disobbedienti di Casarini) scrive “agli uomini e alle donne che
hanno contribuito alla mobilitazione dei vicentini” chiedendo di “contribuire”
(con una o più quote da 100 euro) “al nostro progetto d’acquisto di un terreno
per il Presidio No Dal Molin”… “l’intenzione è quella di acquistare un terreno
adiacente all’area Dal Molin per far sì che il Presidio diventi
definitivo”.
Nonostante il tendone “voglia mettere radici”, solo poche
centinaia di militanti hanno risposto all’appello del blocco dei cantieri, e
questo perché la politica d’esclusione dei dirigenti del Presidio e la non
trasparente organizzazione delle iniziative ha dato i suoi frutti. A questo
aggiungiamo che per molti attivisti è difficile conciliare il fatto di
partecipare ad iniziative contro la base con la possibilità di poter trovare,
com’è successo, durante queste iniziative, la presenza “solidale”, di sindaco e
assessori del Pd (il Pd delle coop che costruiranno la base, il Pd del
parlamentare/industriale Calearo principale sponsor della costruzione della
nuova base, il Pd di Massimo Cacciari, sostenitore del Mose a
Venezia).
L’iniziale carattere di massa del movimento è scemato,
all’opposizione alla guerra che allargava il consenso alla lotta e avvicinava
altre realtà nazionali e internazionali è stata scelta l’opposizione
principalmente per questioni urbanistiche e d’impatto ambientale, il referendum
(consultazione) dei vicentini per i vicentini sull’idoneità del sito dove
dovrebbe sorgere la nuova base ha sostituito le manifestazioni a carattere
internazionale, la consegna della lotta al sindaco che l’ha istituzionalizzata,
principalmente a suo vantaggio, ha completato il quadro.
Cosa serve per rilanciare la
lotta
Se è vero che “il movimento deve essere di massa” è
anche vero che solo l’entrata della classe operaia in modo organizzato potrebbe
far raggiungere quest’obiettivo in modo definitivo. Se è vero che “in Italia gli
operai sono aumentati del 13% mentre il numero degli imprenditori è calato del
34%”, se la crisi economica è fatta pagare ai lavoratori, se è vero che le spese
per la guerra aumentano e tolgono risorse ai salari, ai servizi sociali,
all’ambiente, allora sarebbe il momento che l’opposizione alla nuova base
dichiarata da Cgil e Cub abbandonasse il carattere “politico/culturale” o
“movimentista” e diventasse conseguente usando gli strumenti propri delle
organizzazioni sindacali: l’informazione ai lavoratori e la loro organizzazione
in azioni di lotta per la difesa delle proprie condizioni materiali e di vita (e
in questa difesa la battaglia contro la costruzione della nuova base diventa una
questione d’importanza rilevante).
C’è ancora una speranza, a nostro avviso,
affinché il movimento ritrovi la sua unità e la sua forza. E’ necessario che,
innanzitutto, si smarchi da giunte e governi (di centrodestra o di
centrosinistra), rivendichi la sua autonomia politica, pretenda dalle proprie
organizzazioni sindacali il coinvolgimento dei lavoratori in modo reale e
organizzato (soprattutto in questo momento di licenziamenti e povertà
crescente), chieda lo sciopero generale contro la costruzione della nuova base
di guerra che servirà per nuove guerre, guerre che il capitalismo usa da sempre
per risolvere le sue crisi.
Al contempo sarebbe importante l’organizzazione
coordinata, da parte dei comitati presenti nel territorio, di mobilitazioni
quotidiane per creare l’inospitalità nei confronti dell’esercito Usa, iniziative
che puntino a mettere in discussione anche i siti già presenti (Ederle,
Gendarmeria Europea, ecc..) attraverso inviti alla diserzione ai soldati e la
dichiarata avversione alla presenza in città del comando Usa/Nato.
Il lancio,
da parte delle organizzazioni sindacali presenti a Vicenza (Cgil, Cub, Cobas,
ecc..) insieme alle associazioni e comitati contro la guerra e per la difesa
dell’ambiente, di una nuova e grande manifestazione potrebbe essere il segnale
che il movimento intende rialzarsi e ritornare ad essere forte come e più di
prima.
La crisi economica, che vede migliaia di famiglie di lavoratori
pagare per un sistema fallimentare basato sul profitto di pochi e sulla miseria
e disperazione di molti, aggiunge tragici ma validi motivi perché questo
tentativo possa essere osato.
(*) Pdac Vicenza
(1) Giornale di Vicenza,
20/02/2009
(2) Vicenza Più, 07/03/ 2009
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