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CACCIARE IL
GOVERNO BERLUSCONI!
Sviluppando le lotte e gli
scioperi fino allo sciopero generale
di Antonino Marceca
Il governo Berlusconi, uscito dalla
vittoria elettorale del blocco Pdl-Lega-Mpa nelle elezioni del 13-14 aprile
2008, fin dalla sua formazione ha dovuto conciliare le pulsioni più reazionarie
e razziste della sua variegata e contraddittoria base sociale -la piccola e
media borghesia industriale e commerciale, la borghesia truffaldina, affaristico
e mafiosa, gli strati dirigenti del pubblico impiego- con gli interessi della
grande borghesia e delle banche che alle elezioni politiche avevano sostenuto il
Partito Democratico e che pochi mesi dopo si sono ritrovati nel vortice di una
delle più profonde crisi capitalistiche del dopoguerra.
Le campagne
reazionarie del governo
Il governo fin dalla sua costituzione
ha dato in pasto alla propria base sociale le campagne reazionarie in tema di
“sicurezza”, “federalismo fiscale”, “riforma della giustizia” e allineamento
alle posizioni più retrive della Chiesa Cattolica. Ha iniziato il suo cammino
con l’avvio di una campagna razzista e xenofoba all’insegna della “sicurezza”,
una campagna indirizzata contro le minoranze (Rom, Sinti, ecc.), gli strati di
sottoproletariato nelle grandi città (lavavetri, mendicanti) e ben presto estesa
all’insieme degli immigrati. Questa campagna ha condotto alle varie ordinanze
dei sindaci di amministrazioni di centrodestra e di centrosinistra, alle azioni
squadriste, alla militarizzazione delle città con l’impiego dell’esercito con
funzioni di ordine pubblico, all’avvio del cosiddetto “Pacchetto sicurezza” e
ora alle ronde costituite da ex militari e squadristi.
Su questo terreno la maggioranza ha
marciato in modo compatto, mentre è stato più accidentato il cammino sul
“federalismo fiscale”, che tende a salvaguardare gli interessi di quei settori
di borghesia insediata nei territori a maggiore industrializzazione diffusa, e
sulla “riforma della giustizia” che attraverso un maggior controllo della
magistratura da parte dell’esecutivo -riforma del ruolo del Pm, eliminazione
dell’obbligatorietà dell’azione penale, esclusione dei reati della pubblica
amministrazione da quelli per cui sia possibile attivare le intercettazioni-
mira a garantire un ampio settore, imprenditoriale e amministrativo,
particolarmente corrotto, della classe dominante.
L’attacco agli
elementari diritti democratici dei
lavoratori
Grave è l’attacco ai lavoratori e ai diritti
democratici: dalle cariche della polizia contro i lavoratori che lottano in
difesa del posto di lavoro alle proposte di limitazione del diritto di sciopero,
dallo sbarramento al 4% nelle elezioni al Parlamento europeo al disegno di legge
su etica e testamento biologico che mira a imporre una morale di Stato e di
Chiesa.
Inoltre la crisi capitalistica determina un drastico peggioramento
dei conti pubblici (Pil per il 2009 sotto il 2%, deficit al 3,8%, debito al
109,3%, il più alto in Europa) e se da un lato impedisce al governo di procedere
come le altre potenze imperialiste, con nazionalizzazioni e consistenti
finanziamenti alle banche e grandi imprese, e lo costringe a ripiegare sul
sostegno alla domanda sopratutto nella filiera dell’auto e degli
elettrodomestici, dall’altro attraverso una serie di interventi legislativi e
tagli finanziari imprime un’accelerazione ai processi di smantellamento
dell’intervento pubblico nei settori dell’istruzione, della sanità, dei servizi
sociali ed assistenziali, della casa e dei trasporti.
I lavoratori pubblici
subiscono la riduzione dei diritti, delle tutele e i tagli salariali della
Tremonti-Brunetta (L 133/08), un contratto separato firmato da Cisl, Uil e Ugl,
mentre 57 mila lavoratori precari dal 1 luglio 2009 saranno licenziati.
La
scuola e l’università hanno subito un attacco pesantissimo con il licenziamento
di migliaia di lavoratori precari e l’avvio dei processi di privatizzazione. La
costituzione di Fondazioni di diritto privato e il Finanziamento di progetto
(Project financing) sono gli strumenti giuridici e finanziari con cui procedono
le privatizzazioni dei servizi: dalla scuola all’università, dai musei agli
ospedali.
Intanto, dopo la truffa dei Fondi pensioni, fanno la loro comparsa
i Fondi per la sanità integrativa. E il governo annuncia l’aumento dell’età
pensionabile per le donne fino a 65 anni e la limitazione del diritto di
sciopero nel pubblico impiego.
L’accordo quadro firmato il 22 gennaio dal
governo, dalle associazioni padronali e dai sindacati complici (Cisl, Uil, Ugl,
Confsal, Cisal, Sinpa) rappresenta lo strumento padronale di lungo periodo per
far pagare la crisi capitalistica ai lavoratori. Questo accordo chiude la fase
concertativa, aperta il 23 luglio 1993 e che ha fatto precipitare i salari
italiani al livello più basso in Europa, e né apre un’altra, peggiore, che mira
a distruggere la contrattazione collettiva e il contratto nazionale sia nel
settore pubblico che nel settore privato. Il testo dell’accordo si apre e si
chiude con la richiesta di maggiore produttività ai lavoratori, più olio di
gomito e meno salario e diritti, mentre la gestione degli ammortizzatori è
affidato agli enti bilaterali, garantendo per questa via la burocrazia
sindacale. L’obiettivo unanime del padronato e del governo, pur permanendo
elementi di tensione con la grande borghesia, come dimostrano i mancati
finanziamenti alla Fiat e Unicredit, è quello di far pagare la crisi
capitalistica ai lavoratori e alle masse popolari.
In continuità con la politica
estera imperialista di Prodi
Il governo Berlusconi segue un
biennio di governo Prodi contraddistinto da una politica estera imperialista,
segnato dall’aumento sia delle spese che delle missioni militari, oltre che dal
parere favorevole alla costruzione di una nuova e più grande base militare
statunitense a Vicenza. Il governo Berlusconi procede in questa politica di
aumento delle spese militari e di guerra: amplifica l’intervento coloniale in
Afghanistan; conferma la missione militare in Libano a protezione di Israele; ha
sostenuto la guerra di aggressione militare israeliana e si è reso disponibile
all’invio di una missione militare nella Striscia di Gaza, con la medesima
funzione di quella in Libano.
La crisi della
liberaldemocrazia
Di fronte all’organicità della politica del
governo, il Partito Democratico, formalmente all’opposizione, bloccato da
laceranti contraddizioni interne tra le diverse anime che lo compongono, ha
oscillato tra la ricerca di convergenze istituzionali e parlamentari, votando
spesso le leggi proposte dall’esecutivo, e la denuncia generica e inconsistente.
In questo senso la segreteria di Veltroni è stata paradigmatica. La nullità
nella proposta politica connessa agli scandali nella periferia hanno portato
alle sconfitte elettorali e infine alle dimissioni di Veltroni. Il nuovo
segretario Franceschini che dovrebbe portare il partito al congresso il prossimo
ottobre difficilmente riuscirà nell’opera di fare uscire il Pd dal limbo in cui
è precipitato. Questa crisi del Pd potrebbe favorire, in parte, le sinistre
riformiste che aspirano a superare lo sbarramento del 4% alle prossime elezioni
europee: se non fosse che anche la socialdemocrazia è andata in frantumi (e non
mostra segnali di ripresa, trattandosi di una crisi non
congiunturale).
Ai lavoratori e alle masse popolari,
comunque, interessa altro che le prospettive di un partito della borghesia quale
è il Pd o le sorti delle burocrazie socialdemocratiche: di fronte al massacro
sociale, alla riduzione degli spazi democratici e dei diritti civili è
necessario che le forze politiche, sociali e sindacali del movimento operaio
costruiscano un fronte unico di resistenza e di lotta finalizzato alla
costruzione di uno sciopero generale, prolungato e di massa, per cacciare questo
governo reazionario e aprire la strada ad un governo dei lavoratori per i
lavoratori. Partendo dalla significativa inversione di tendenza e dalla ripresa
della conflittualità sociale e di classe che contraddistingue, pur con ritmi
diversi, tutti i Paesi d'Europa.
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